Leonforte. Lo sciopero all’Università  popolare

sciopero scuolaIl 5 maggio da nord a sud tutte le sigle sindacali sono scese in piazza contro la “buona scuola” di Renzi. In migliaia hanno protestato, tra studenti, insegnanti e personale amministrativo e da Milano a Palermo le città  si sono bloccate per i cortei. Una giornata memorabile in difesa del diritto allo studio perché per i manifestanti, di buono in questa riforma non c’è praticamente nulla. E l’Università  Popolare il 4 maggio ha discorso proprio di scuola anzi di scuole rurali, a partire dalla legge Coppino del 1877, che rendeva gratuita e obbligatoria l’istruzione per i primi tre anni delle elementari. Questa legge si proponeva di formare i nuovi cittadini che a scuola imparavano a leggere, a scrivere, a far di conto e apprendevano anche i primi rudimenti della educazione civica, in modo da introdursi nella società  con consapevolezza e partecipazione. La legge influenzata dal positivismo filosofico imperante al tempo, dava anche molto spazio alle materie scientifiche e cambiava la metodologia di insegnamento, da un rigido dogmatismo a una concretezza più immediata. Le critiche non mancarono e vennero soprattutto dal mondo cattolico che del nuovo impianto criticò l’assunto laico e l’abolizione, con la legge Casati, dell’insegnamento del catechismo e della storia sacra cosଠda indurre molti figli di cattolici intransigenti verso le scuole private. Verrebbe da chiosare con i corsi e i ricorsi storici di Vico, ma torniamo all’Università  Popolare e alle scuole rurali. A Leonforte erano cinque: Santa Croce, Granfonte o Stazzuni, Pirato, Faccialavata e Rocca di Mietere e da Enzo Barbera apprendiamo che la pluriclasse di Santa Croce fino al 1951 ospitò più di 50 alunni. La pluriclasse in un’unica realtà  di spazio e tempo costipava bambini di età  diverse e di diverso grado di preparazione. Faticavano le maestre e i maestri a marginare l’evasione scolastica e faticavano a interessare i piccoli allo studio e quando non faticavano con i più piccoli lottavano con i di loro genitori che della prole necessitavano nei campi. A sei anni si era già  pronti per portare al pascolo le greggi e se femmine per aiutare in casa, che il da fare non mancava mai. Si sono ricordati i maestri Capra, Rindone e Longo che educò ” al rispetto delle virgole e all’amore verso i poveri Cristi”. Fedeli alla metodologia del Lombardo/Radice i giovani insegnanti osavano e sperimentavano l’inimmaginabile oggi. La professoressa G. Maria ha concluso con un aneddoto personale che ha illuminato un momento non lontano della storia del nostro paese. Erano gli anni della scuola media e dal gruppo classe spiccava per demerito il figlio di un pastore. A nulla pareva interessato e nulla lo distoglieva dai suoi pensieri. Un giorno però capitò una cosa, durante la lezione di scienze si rese necessario un approfondimento “bovino” e il ragazzo che per esperienza di quelle cose molto sapeva istruଠdocenti e discenti con perizia encomiabile. La possibilità  di dire ciò che conosceva lo scosse dal torpore che lo imprigionava e cominciò per lui una rinascita scolastica, che riempଠme di orgoglio e soddisfazione oltre che di nuove conoscenze sul mondo ovino e caprino.

C’è pure chi educa, senza nascondere l’assurdo ch’è nel mondo, aperto a ogni sviluppo ma cercando d’essere franco all’altro come a sé, sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato. Danilo Dolci 1974.

Gabriella Grasso

Fonte: Vivienna.it

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