Non pi๠prigionieri dei nostri pregiudizi

Se ci fermiamo a riflettere anche per poco, allora ci accorgiamo che la nostra breve esistenza è piena di molteplici pregiudizi che ci impediscono di comprendere fino in fondo quello che gli altri sono realmente.

Passati gli anni innocenti e spensierati della fanciullezza, i rapporti relazionali con gli altri tendono, infatti, a schematizzarsi, ovvero, siamo portati a giudicare in base a schemi mentali ben definiti, basandoci spesso su quel che ne pensa la gente oppure sulle apparenze.

Sennonché, il giudicare gli altri non per quello che essi sono realmente, ma per come ci appaiono o per quello che sentiamo dire, è un modo sbagliato di rapportarci con loro,  con il rischio evidente di pregiudicare i rapporti umani.

Certamente un comportamento costante, fatto di azioni ripetute nel tempo, determina inevitabilmente un giudizio che tende a sottolineare questa costanza, per cui se una persona di comporta socialmente in maniera corretta, si dirà  che rispetta le regole sociali. Su questo nulla da eccepire. L’errore, però, nasce, allorché la costanza del comportamento viene considerata categoricamente come nota dominante della nostra o altrui personalità .

In vero, l’individuo nel suo percorso evolutivo è caratterizzato da modificazioni psicologiche e comportamentali, tali da non consentire catalogazioni definitive, schematizzate, che mirano a rinchiuderlo in una prigione di luoghi comuni, di pensieri e giudizi standardizzati. Il giudizio di catalogazione il più delle volte è frutto di una superficiale, rapida analisi dei comportamenti umani.

Se da un lato tale valutazione è giustificabile, poiché ci permette di orientarci nel groviglio inestricabile delle differenze individuali mediante alcuni parametri base di giudizio, dall’altro presenta l’inconveniente o produce il rischio di limitare la sfera di comprensibilità  del comportamento umano, dandoci degli altri un’opinione parziale, per niente corrispondente a quello che sono effettivamente.

Il giudizio sugli altri non può mai essere definitivo, assiomatico, in quanto tra noi e gli altri esiste un limite d’incomunicabilità , un muro d’incomprensioni, che è difficile superare, pur disponendo di strumenti d’analisi della più moderna psicologia.

In realtà , nella caratterizzazione dei tipi umani, entrano in giuoco fattori diversi, pur se interagenti. La causa prima di tale inaccessibilità , spesso siamo noi stessi, perché col compiere determinate azioni, diamo di noi una ben specificata rappresentazione. D’altra parte, non va sottaciuto che gli altri, un po’ per superficialità  di giudizio, un po’ per limitatezza di appropriati strumenti d’analisi, sono portati a catalogarci, a valutarci per quello che sembriamo essere, dando di noi un’immagine che spesso non corrisponde affatto a quello che siamo realmente o che di noi volevamo esprimere. Una volta che sugli altri o su noi stessi viene formulato o espresso un giudizio, diventiamo per gli altri, e gli altri diventano per noi, un tipico personaggio umano, tra innumerevoli altri personaggi, con delle caratteristiche uniche, inconfondibili.

Tale personaggio che ci viene appiccicato addosso come un vestito, diventerà  il compagno della nostra vita con cui, buono o cattivo che sia, dobbiamo convivere per non suscitare scandalo o ulteriore incomprensione.

Si diventa, cioè, pupi tra pupi, maschere tra maschere, in un teatro della vita in cui ad ognuno di noi è d’obbligo recitare una parte già  ben stabilita, di cui non si conoscono né l’autore, né il contenuto reali.

Una commedia esistenziale piena di pregiudizi, di luoghi comuni, che trascurano e nascondono i contenuti reali,umani della nostra personalità , il cui autore ci sfugge perché non si identifica con noi.

Viviamo in questo modo in una ripetitività  di comportamenti, come immersi o presi da un sonno letale, con la paura di risvegliarci da una vita irreale, pena la nostra morte reale o la stessa stabilità  mentale.

Bisogna, allora, porre termine a questo stato di superficiale giudizio del prossimo, opponendoci, con tutte le nostre forze, alla mentalità  comune formalistica e ferma “al che ne pensa la gente”, al fine di comprendere fino in fondo la complessità  della natura umana.

Solo cosଠagendo, al termine della nostra esistenza, potremo dire d’aver vissuto da veri uomini e non da marionette incapaci di tenere le fila della vita.

Giuseppe Sammartino.

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