Quale amore, quale morte in un bel libro del tanatologo Francesco Campione

thumb_qualeamoreFrancesco Campione, tanatologo di fama internazionale , è autore di numerose pubblicazioni, alcune delle quali sono pietre miliari della Tanatologia. Ricordiamo in particolare I dialoghi sulla morte, il primo libro in Italia sulla materia. Ora è docente al Dipartimento di Psicologia di Bologna, dove insegna Psicologia Medica e Psicodiagnostica. E’ direttore del master universitario in Tanatologia e Psicologia delle situazioni di crisi e di Zeta, rivista di documentazione e ricerca sulla morte e sull’amore. Ha fondato ed adesso dirige la Scuola di Formazione alla Psicoterapia sulle situazioni di crisi, separazione e lutto e l’Istituto di Tanatologia e Medicina Psicologica ed è leader nella formazione tanatologica in campo sanitario.

Con il suo ultimo libro Quale amore, quale morte, 2010 by Apocrifi Editrice Bologna, diviso in due parti: la prima, Il codardo, ove l” umiliazione di un amore non corrisposto “  gli ” svela l’amore per la nuda vita”; la seconda La Veglia ( dieci giorni d’agonia) ” un’agonia che libera i morti dal ghetto in cui vivono senza esistere” come si legge in quarta di copertina, l’autore mette a nudo la sua vita dall’infanzia fino ad una immaginaria età  di 92 anni ( l’autore oggi ha 61 anni).

Un bel libro autobiografico, di suggestiva e complessa autoanalisi, con cui l’autore, con una scrittura scorrevole e assai piacevole, ci racconta del suo struggente e mai ricambiato amore per Elvira,  che gli diede” l’energia per essere il primo della classe” al liceo- ginnasio di Leonforte e a causa del quale, ” per non morire d’amore” e “  per la codardia vitale di chi si strappa ad una terra matrigna che nutre una donna senza amore” ( pag. 24), fugge da Leonforte per rinascere a Bologna, ove si laurea con il massimo de voti in Medicina  e si specializza in psicologia sperimentale con la convinzione che il medico deve aiutare le persone a morire piuttosto che a salvarsi.  Nella seconda parte del libro, immaginandosi novantaduenne in agonia per dieci giorni, ci comunica il suo  messaggio che” la morte non 蔝 necessariamente un’altra vita, ma un’altra forma di vita” ( pag. 94).Morendo, cioè, continuiamo a vivere negli altri: ” E’ la tua vita che è cambiata. Ora puoi vivere solo grazie agli altri e per gli altri, ospite degli altri”¦ Ospitando la vita dei morti dentro di sé potrebbero capire finalmente che non è la morte la vera nemica della vita. Non è la morte che toglie senso alla vita” ( pag. 98). In altre parole, per Francesco Campione, ” non si nasce e non si muore mai del tutto. Da vivi muore il desiderio e da morti rinasce” ( pag. 116).  Dal punto di vista professionale ed etico, è molto educativo il suo chiedersi se è riuscito  a fare in modo che i suoi giovani medici  dello Hospice ” riescano a coinvolgersi coi morenti e le famiglie in modo umano senza far prevalere i ruoli tecnici” giacché ” devono capire che i morti sono vivi, che non si può morire, che cercare di allontanarsi dalla morte è la fonte della cattiveria umana” ( pag. 123).

Il suo annuncio l’affida ad un non ancora  nato figlio Giacomo, figurato come ” uno di quei preti per cui la creazione si compie nella sua bontà  attraverso le opere degli uomini”¦ sempre in giro per il mondo ad aggiustare i limiti del creato aiutando coloro che soffrono, in modo che possano riconoscere anche loro che la vita a cui sono stati chiamati è degna di essere vissuta” (pag. 138).

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Francesco Campione

Questo è il suo lascito: ” Se tu mi terrai con te e continuerò ad essere vivo per te anche da morto, potrai continuare a sentire in te i miei desideri sapendo che sono desideri puri, desideri che non premono per essere soddisfatti, che restano desideri che appartengono a me anche se riguardano te. Ecco cosa vorrei lasciarti: la libertà  di continuare a desiderare i miei desideri perché non dovresti impegnarti a realizzarli, perché potresti limitarti a desiderarli facendomi cosଠvivere. Ecco cosa vorrei da te: che mi aiutassi a vivere da morto, non da vivo” (pag. 143).

A tale immaginario figlio dà  il compito di diffonderlo: ” Ecco la buona novella che ti prego di diffondere tra quelli che non riescono più a considerarsi soli nel morire” ( pag. 144).

Queste riflessioni si possono anche non condividere, ma non si può negare che noi moriamo negli altri e gli altri in noi, perché gli altri, che conosciamo o ci conoscono, finché viviamo, continuano a vivere in noi e noi continuiamo a vivere in loro. Noi moriamo spiritualmente e, quindi, idealmente, non nel momento in cui fisicamente siamo morti, ma nel momento in cui, coloro che ci conoscono, muoiono. Rimaniamo, cioè, nella memoria di chi ci ha conosciuto o ci conosce e la nostra morte ideale è prolungata nel tempo in base al ricordo più o meno indelebile che noi lasciamo negli altri e gli altri in noi.

Giuseppe Sammartino.

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