Sicilia Misteriosa: Un non parco urbano a Leonforte

Sicilia Misteriosa
“Un non parco urbano a Leonforte
Ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare l’inciviltà”


Alberto Maria, nell’ambito del progetto “Sicilia Misteriosa”, ha realizzato un video sulle discariche abusive sparse per tutto il territorio leonfortese. Il video, che proponiamo, ha coinvolto bambini e adulti nel racconto dei rifiuti ingombranti e inquinanti, disseminati fra i colli e le valli di un paese che agogna da decenni un parco urbano, oggi trasformatosi in un campo fiorito di amianto e w.c. e materassi e scarti di ogni sorta.

Leonforte nell’attesa della differenziata frequenta ancora oggi i sacchetti pensili; eredità irrinunciabile che usa gli uncini delle grucce per appendervi buste di plastiche gocciolanti oli ed esondanti lattine, vetri e simili minacce per l’incauto passante a perenne rischio accecamento; le installazione artistiche di scatoloni Messina, Heineken, Moretti e altro luppolo da “tocco”; le cunette di sacchi strappati e “sciaminati” da randagi per il corso principale et similia. Dal video di Alberto Maria emerge l’urgenza di una politica ambientalista organica, di una informazione efficace e di un controllo reale del territorio. Le collaborazioni , su ispirazione dell’omerica “lieve è l’oprar se in molti è condiviso”, sono state molte e ne daremo testimonianza negli articoli seguenti così come correderemo ogni uscita di un breve reportage video a testimonianza di uno sfacelo surreale.

I video sono accomunati da una costante: l’eternit. In mezzo all’immondizia campestre, e non raramente anche urbana, fa capolino l’amianto. La storia dell’Eternit è strettamente legata allo sviluppo dello sfruttamento minerario degli anni della prima Rivoluzione Industriale. A livello estrattivo, l’Italia fu leader assoluta nell’ultimo ventennio del secolo XIX. Il Brevetto del fibrocemento, ossia del composto cemento-carta-amianto è del 1901 e porta la firma dell’ingegnere austriaco Ludwig Hatschek. Poco dopo lo svizzero Alois Steinmann acquisisce i diritti di produzione del materiale e fonda la Schweizerische Eternitwerke AG a Niederurnen. La licenza italiana è affidata all’Ingegnere vogherese Adolfo Mazza, un ex ciclista professionista, che fonda lo stabilimento Eternit di Casale Monferrato nel 1907 su un area di 94000 mq. La produzione iniziale si concentrò soprattutto sugli elementi di copertura, ma già nel 1912 dalla Eternit di Casale uscirono i primi tubi a pressione in cemento-amianto, largamente utilizzati negli anni seguenti per la costruzione della rete idrica. Dagli anni ’30 l’Eternit è utilizzato per le coperture dei capannoni attraverso l’uso delle lastre ondulate, che trovarono larghissima diffusione in tutti gli ambiti. Nel 1935, all’inizio della svolta autarchica del fascismo, la produzione di Eternit è aumentata con la fondazione della fabbrica di fibrocemento Fibronit a Bari. Nel dopoguerra e con la ricostruzione l’utilizzo dell’Eternit conobbe un vero e proprio boom. Dalle applicazioni tradizionali in campo edilizio e idraulico, si affiancarono oggetti di uso comune e di design come le poltrone realizzate in cemento-amianto. Era la metà degli anni ’60 quando furono scoperte le prime prove di tossicità delle polveri di amianto rilasciate dal’ Eternit. Nel frattempo, il materiale era stato utilizzato largamente in campo ferroviario avendo il fibrocemento sostituito le vecchie coperture in sughero dei vagoni a scopo ingnifugo. Si legò l’effetto delle polveri di amianto ad una particolare forma di carcinoma, il mesotelioma, oltre all’asbestosi, una malattia polmonare cronica. L’aspetto peggiore del decorso clinico del cancro generato dall’amianto è l’incubazione estremamente lunga della neoplasia. Dalla prima formazione alla diagnosi possono passare anche 30 anni e la prognosi nella maggioranza dei casi è infausta. La prima causa civile contro la Eternit data 1981, dove fu accertata la pericolosità degli ambienti dello stabilimento Casalese. Per tutti gli anni ’80 si susseguirono le proteste e le manifestazioni per la chiusura e la bonifica conseguente dell’area dello stabilimento fino alla legge 257 del 1992 che mise al bando definitivamente l’utilizzo dell’amianto. Da quell’anno partirono le opere di bonifica da Eternit dei siti pubblici e privati contaminati, il materiale era stato ampiamente usato in strutture come scuole e ospedali.   Una volta accertata la presenza dell’amianto è necessario stilare almeno un programma di controllo e manutenzione per prevenire il rilascio e la dispersione di fibre sono infatti le minuscole fibre volatili di amianto che possono causare gravi patologie all’apparato respiratorio.

Il proprietario di un edificio contenente amianto deve fornire una corretta informazione agli occupanti dell’edificio sui rischi potenziali e i comportamenti da adottare e individuare un’impresa iscritta all’Albo nazionale gestori ambientali, in categoria 10, con coordinatore e operai specificamente formati. La ditta deve redigere un “piano di lavoro” da presentare all’ASL competente per territorio (all’infuori di specifici casi di urgenza) almeno 30 giorni prima dell’inizio dei lavori. Trascorsi i 30 giorni scatta il silenzio-assenso.

La bonifica può avvenire in 3 diverse modalità:
– incapsulamento: trattare con vernice che ricostruisce la superficie e impedisce la fuga del materiale;
– confinamento: cioè la chiusura dietro murature;
– rimozione del materiale

Tutto questo per i costi e gli impicci difficilmente viene concretizzato, si preferisce infatti rimuovere alla chetichella l’amianto e gettarlo dove capita o frantumarlo e mischiarlo al materiale di risulta. Ciò spiega i campi di “onduline” o l’emergere dei pezzi scomposti di amianto fra i rifiuti edili.

L’immagine dell’Italia che il processo Eternit ha restituito al mondo intero è deplorevole: un paese con una giustizia impazzita, che perseguita l’investitore straniero in nome del pregiudizio turboambientalista, che usa la clava del penale anche laddove nel resto del mondo ci si affida al civile, che spreca denaro pubblico in un processo nato morto e che non riesce, alla fine, a dare alcuna effettiva tutela ai parenti delle vittime. Si chiama ‘asbestos crisis’, è il problema dell’amianto (asbestos, in inglese) ampiamente impiegato in numerosi stabilimenti in giro per il mondo quando ancora non si conoscevano i suoi effetti nocivi per la salute umana. La ‘crisi da amianto’ si è verificata in oltre 40 paesi ma soltanto in Italia ha dato vita a un lungo e costoso processo penale che non ha portato a nulla. Uno dei più clamorosi processi per amianto ha coinvolto nel 2001 l’azionista svizzero Stephan Schmidheiny con l’imputazione di disastro doloso e omissione aggravata di misure di sicurezza. Nel 2016 Schmidheiny viene condannato a 16 anni di reclusione. La Corte di appello di Torino nel 2013 aumenta la pena a 18 anni di reclusione, ma ecco il colpo di scena: dopo 14 anni di inchieste e processo nel 2015 la Corte di Cassazione dichiara che il reato doveva ritenersi estinto per prescrizione già prima dell’inizio del processo. Il processo non sarebbe dovuto neppure iniziare.

Ora, la prima domanda che uno si pone è: quale ristoro per le vittime? Dopo 14 anni di inchieste e processi, a spese dei contribuenti, con la prescrizione maturata già prima del rinvio a giudizio, con una sentenza inequivocabile e inappellabile (il processo non doveva neppure iniziare)…quale ristoro per le vittime?
Come se non bastasse, dopo la sentenza della Cassazione, la Procura di Torino ha avviato un nuovo procedimento sui medesimi fatti. Questa volta però ha cambiato l’imputazione: Schmidheiny è accusato di omicidio volontario. Si apre un nuovo round, la difesa ha eccepito la violazione del principio ne bis in idem (non si può processare una persona due volte per i medesimi fatti). Sarà la Corte costituzionale a pronunciarsi a fine maggio.
Quale ristoro per le vittime? Per il processo, che non doveva neppure iniziare, non avrebbero diritto ad alcun risarcimento. Ciononostante hanno trovato ristoro nello spirito umanitario dello svizzero Schmidheiny, che oggi di anni ne ha 68 e che nel processo d’appello si è visto paragonare dal giudice ad Adolf Hitler. Schmidheiny ha deciso spontaneamente, su base volontaria, di ‘indennizzare’ i familiari delle vittime. Ad oggi la procedura d’indennizzo è stata completata per circa 1500 posizioni. Avendo ogni vittima diversi eredi, sono migliaia le persone già indennizzate per un totale di 50 milioni di euro elargiti.

 

 

 

Fonte: Vivienna.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *